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Prime Esperienze

Il Campanello dell’Iniziazione


di Giuliocesarelombardo
07.06.2026    |    105    |    0 8.0
"Poi, però, la afferrò per i fianchi e la sollevò, adagiandola sul divano di pelle nera contro la parete..."
La campanella della porta d’ingresso suonò alle 19:58, due minuti prima della chiusura della boutique di moda di lusso in cui lavoravano entrambi. Per Marco, titolare e proprietario, quel suono segnava l’inizio del rituale quotidiano: la pulizia, la spolveratura e, soprattutto, lo sguardo che scivolava su Elena.

Elena aveva vent’anni. Era alta, magra, con fianchi che sembravano scolpiti nella cera e una bocca sempre leggermente socchiusa, come se fosse pronta a ricevere un bacio o un ordine. Marco ne aveva cinquanta. La sua pelle era segnata dalle rughe d’espressione di chi aveva passato mezzo secolo a comandare, ma il corpo, nonostante l’età, era ancora una macchina di fibra e desiderio, capace di erigere un cazzo spesso come un pollice e lungo quanto un avambraccio.

«Chiudi i registri, Elena. Oggi restiamo a controllare l’inventario del retrobottega,» disse Marco, la voce bassa, roca per il fumo e per l’autorità.

Elena annuì, il cuore che le batteva all’impazzata contro le costole. C’era qualcosa di elettrico nell’aria quando erano soli. Marco non era bello, ma aveva un’aura di potere che la eccitava fino al midollo. La guardava come si guarda una preda già catturata.

Si spostarono nell’ufficio sul retro, una stanza stretta piena di scatole di cartone e impregnata di odore di tessuti e profumi. Marco chiuse la porta a chiave. Il clack della serratura risuonò come un colpo di pistola.

«Vieni qui,» ordinò, indicando lo sgabello basso davanti alla scrivania.

Elena si sedette, inizialmente con le gambe incrociate, ma le aprì leggermente quando lui si avvicinò. Marco appoggiò le mani sulle sue cosce, accarezzandole attraverso i jeans attillati.

«Ti ho vista oggi,» sussurrò, inspirando l’aria attorno a lei. «Ti sei mordicchiata il labbro tre volte mentre sistemavi le giacche. Stavi pensando a cosa ci starebbe dentro.»

«A cosa, signor Marco?» chiese lei, la voce tremante.

«A come si sente il mio cazzo dentro di te. A quanto sei umida.»

Marco si inginocchiò davanti a lei. Non chiese il permesso. Le sbottonò i jeans con un gesto brusco e li abbassò insieme alla biancheria. Elena rimase nuda dalla vita in giù, esposta alla luce fredda dell’ufficio. La sua figa era già lucida, le labbra carnose leggermente divaricate.

«Guardala,» mormorò, sfiorandole il clitoride con un dito. Elena inarcò la schiena, un gemito le si spezzò in gola. «Secca? No. Tremi. Sei una bambina che aspetta di essere riempita.»

Le sollevò le gambe, appoggiandole sulle sue spalle, aprendola completamente. Marco si sbottonò i pantaloni ed estrasse il cazzo. Era enorme, la base violacea, la punta lucida di pre-sperma.

«Apri la bocca,» ordinò.

Elena obbedì. Lui le infilò il cazzo in bocca con una spinta decisa, fino a toccarle il fondo della gola. Lei tossì leggermente, gli occhi lucidi, ma si aggrappò alle sue cosce, restando lì. Marco la fissava, osservando la sua sottomissione.

«Succhia, puttana. Non voglio baci. Voglio che mi lecchi come se fossi il tuo pane. Scendi.»

Elena si lasciò andare. La lingua accarezzò la corona, poi scese lungo il fusto. Inspirava mentre lui la spingeva più a fondo. Marco ansimava, le vene del collo tese. Era controllo puro: lei dava piacere, lui decideva come.

«Bene,» grugnì, sfilandosi con uno schiocco umido. «Ora tocca a te.»

Si alzò e prese un preservativo dalla scrivania. Lo srotolò lentamente, sotto gli occhi di Elena. Poi, però, la afferrò per i fianchi e la sollevò, adagiandola sul divano di pelle nera contro la parete.

«Toglilo,» ordinò.

Elena glielo sfilò dal cazzo con mani tremanti, facendo scivolare il lattice verso il basso. Marco la guardava con desiderio cupo.

«Voglio sentirti. Voglio ogni millimetro di me dentro di te.»

Si posizionò tra le sue cosce. La punta sfiorò l’ingresso della sua figa. Elena trattenne il respiro, le dita che si aggrappavano alle sue braccia.

«Entra.»

Marco spinse lentamente. La penetrazione fu graduale, tesa, quasi dolorosa. La figa di Elena lo accolse, stretta e calda. Lui gemette.

«Dio… sei stretta. Mi stringi.»

Iniziò a muoversi. Non era un sesso dolce. Era primitivo, ritmico.

Slap, slap, slap.

Il suono riempiva l’ufficio. Elena gridava, la testa all’indietro, i capelli sparsi sul divano. Ogni spinta la portava oltre il dolore, trasformandolo in piacere.

«Sei mia, Elena. Sei la mia schiava del negozio. Ogni giorno ti prendo qui.»

Lei annuiva, incapace di parlare.

«Sì… sì… dammelo…»

Lui accelerò. Colpiva in profondità, trovando il punto che la faceva tremare. Elena sentiva il corpo contrarsi, la sensazione di essere piena la travolgeva.

«Sei vicina,» ansimò lui. «Ma prima vieni tu.»

Le afferrò i capezzoli, tirandoli. Il dolore la fece esplodere.

Elena urlò, il corpo scosso da spasmi. La figa si strinse attorno al suo cazzo.

«Vieni!»

Marco non resistette. Affondò fino in fondo e si fermò, eiaculando con un urlo.

Lo sperma uscì a getti, caldo, riempiendola. Elena lo sentiva dentro, colare, uscire lentamente.

«Tutto dentro,» mormorò lui. «Ti ho riempita.»

Rimasero immobili, ansimanti.

Poi Marco si tirò fuori, con un suono umido. Il cazzo uscì portando con sé una scia di sperma.

Elena guardò il suo corpo: arrossato, aperto, sporco. Si toccò, raccogliendo il liquido tra le dita, portandolo alla bocca.

Marco la osservava.

«Ora sai cos’è il sesso vero,» disse. «Domani, quando suonerà la campanella, sarai ancora mia.»

Elena sorrise. Si sentiva svuotata e piena insieme. Qualcosa in lei era cambiato, lasciando spazio a una nuova consapevolezza, più cruda, più diretta.
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